Gli operatori di valuta virtuale in Italia vivono da tempo una situazione di incertezza normativa. (mentre, ai tempi del Covid-19, in Germania chiedono una licenza passaportabile e promuovono l’Euro su Blockchain, programmabile via smart contract per il pagamento automatico delle tasse)
Siamo d’accordo: in questi tempi amari ed enormemente difficili di emergenza Covid-19, lo sviluppo del mercato italiano delle valute virtuali non può raggiungere alcuna agenda esecutiva nazionale e neppure, ahimè, l’attenzione di più di una decina di persone se dice bene.
Figuriamoci se poi c’è spazio per scuotere il sonno del MEF, Banca d’Italia, Consob, OAM, e perché no, anche del MISE e della sua task force di 30 esperti Blockchain ormai lì, fermi, tutti congelati da un anno e mezzo, prima con i selfie alle riunioni e ora con la penna in mano davanti al foglio word con il titolo del lavoro loro affidato: La Strategia Nazionale Blockchain.
Mi rendo conto che il frangente non è dei migliori per suonare la sveglia del mattino e chiedere alle predette autorità di passarsi una mano sulla coscienza, alzarsi e combattere (anche) la “guerra” per portare il Paese e le nostre pur esistenti aziende specializzate, sul terreno della cryptoindustry.
Capisco, ci sono cose ben più urgenti in tempi di mattanza sanitaria ed economica che preoccuparsi della dignità negata a quelle nostre aziende già attive, in attesa da ormai tre anni dalla riforma antiriciclaggio del 2017, che venga completata la normazione secondaria per l’autorizzazione all’esercizio di piattaformae di scambio e conversione, e di custodian wallet provider.
E capisco anche che la task force di esperti Blockchain, inchiavardatasi al MISE più di venti mesi fa, si stia ancora dibattendo nella sua inutilità interna perchè, probabilmente, ha prevalso la linea nazional-popolare dell’unico partito che ha mai trattato di Blockchain in Italia valorizzandone però, pro domo sua, solo i casi d’uso più marginali— cioè la tracciabilità ed il voto elettorale (sic!) — , anzicchè lo use case più maturo, strutturato e immediatamente profittevole delle valute virtuali.
Ma, c’è un enorme “ma” che torreggia grande come una casa e che va evidenziato soprattutto ora, in questo drammatico momento di fermo sanitario del sistema economico, atteso che la crypto-industry è uno dei pochi settori economici veramente social-distancing al 100% perchè totalmente digitale lato offerta e lato domanda.
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Diaciamo innanzitutto, molto chiaramente, che il comparto delle cryptovalutee degli altri virtual asset basati su Blockchain — Bitcoin in testa — non è stato affatto spazzato via dalla crisi recessiva innescata dal Coronovirus, e che, anzi, vive e lotta al fianco del sitemi finanziari tradizionali resistendo meglio e mostrando un’inaspettata solidità.
Molti sono gli analisti che, proprio in questi giorni terribili, danno evidenza di come il Bitcoin stia reagendo sorprendentemente bene al crash globale conseguente al dilagare della pandemia da Coronovirus.
E non è solo un fatto relegato al Bitcoin, che dopo l’iniziale knockdown ha dato una bella accelerata all’hashrate (passando da 91,290,582 TH/s del 4 aprile a 121,029,181 TH/s al 6 aprile), recuperando, con scioltezza, il suo prezzo ante-pandemico per ritornare tranquillamente bullish proprio in questi ultimi giorni.

Anche molte stablecoin agganciate al Dollaro come Paxos Standard (PAX), Tether (USDT), USD Coin (USDC), ecc. hanno dimostrato una buona tenuta quando tutti i mercati finanziari lasciavano a terra perdite a doppia cifra. Tanto che, al 18 marzo 2020, le principali stablecoin su USD non solo hanno mantenuto la loro capitalizzazione di mercato, ma hanno addirittura continuato a negoziare al valore pregresso delle loro attività depositate perdendo meno dello 0,25%!
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Sì, d’accordo. Per le stablecoin peggate al Dollaro con max supply indefinita, il bazooka messo in campo dalla FED e da altre Banche Centrali per contrastare la crisi di liquidità ex pandemia sta trainando anche i dollari privati ingegnerizzati su Blockchain. Ma cosa pensare però della perfomance del Bitcoin e delle altre Altcoin sganciate da una moneta fiat difronte al Covid-19?

Che dire del Bitcoin o anche delle alte Altcoin che hanno visto aumentare la loro provvista depositata sugli exchanges, al palesarsi del primo, vero evento recessivo subito che avrebbe potuto farle a pezzi, vista la ridotta dimensione dei loro mercati? Cosa pensare di questa anticiclicità (ulteriormente) dimostrata dalle cryptocurrencies che —giova ricordare sempre — difettano di politica economica e protezioni istituzionali in grado di sparare reti di soccorso, avendo, anzi, un’avversione talebana per ogni pratica di money-printing ed una max supply tecnicamente intoccabile e vincolata dai protocolli informatici su cui si basano?
E, a proposito, visto che siamo arrivati al punto, quali effetti, secondo voi, protrà sortire la febbrile stampa di fiat money e monetizzazione dei debiti da Covid-19, da parte delle Banche Centrali, sul futuro del Bitcoin e delle altre Altcoin appropriatamente deflazionarie che incorporano, informaticamente, il principio di scarsità; l’unico in grado di preservare il valore dinanzi all’inifinitezza della massa monetaria delle valute legali?

E ancora. Come non fare due più due difronte all’irrompere delle stablecoin di Stato, invocate dalla Bank of International Settlements (BIS) non più di qualche giorno fa, che avrebbero il vantaggio di evitare il contagio da Coronavirsu perchè non comportano il maneggio delle valute legali in contante e delle plastiche di moneta elettronica card based?
Pensateci bene. Andate tra le pieghe di questo caotico flusso pandemico-informativo in cui ci stanno affogando. Cercate di indovinate quale reazione potranno avere in futuro le cryptocurrencies private, poggiate su Blockchain pubbliche, con l’arrivo delle monete legali — statali sì ma poggiate su una Blockchain privata —che ci stanno venendo incontro velocemente grazie al Covid-19, che ha palesato i progetti delle c.d. Central Bank Digital Currencies (CBDCs) — compreso il Project Stella della BCE —messi in canitere qualche anno fa per costruire infinite monete fiat, programmabili con tecnologie Blockchain e smart contract in grado di garantire la tax self-enforciability.
Si avete capito bene, e non serve scomodare i complottisti, ma tirar giù con Google tutti i comunicati stampa delle banche tedesche di questi ultimi giorni, Deutsch Bank e Commertzbank e, ancor prima, dell’ABI tedesca, la Banken Verband, che si stanno spolmonando all’indirizzo di BCE per affrettare il menzionato Project Stellaconil passaggio veloce dal testing (ormai già in fase 4) della tecnoloogia DLT prescelta per costruire la nuova infrastruttura del mercato finanziario europeo e del settlment istantaneo, alla fase di emissione dell’Euro su una blockchain rigorosamente privata, in modo da ottenere, presto, con un solo piccione, molte fave:
il processing dei dati personali, il rispetto della tutela consumerustica, e, anche e soprattutto, il tax enforcement, cioè l’auto-tassazione conseguente alla programmabilità con smart contracts (che segnerebbe de facto l’esproprio del potere impositivo degli Stati. Ma questo è un altro discorso)!
Credete che tutto ciò non avrà influenza sui mercati delle cryptocurrencies? Credete che dall’ondata di liquidità derivante dalle azioni dirette e indirette delle Banche Centrali, o anche dal loro prossimo ingresso sullo scenario delle valute virtuali con fiatcoin di Stato non deriveranno conseguenze epocali e strutturali sì, ma anche più prosaicamente e immediatamente commerciali a vantaggio dei mercati delle cryptovalute?
E secondo voi quali effetti vantaggiosi potrebbero ricavarsi per quelle cryptocurrencies nate a numero chiuso e non inflazionabili se non con la modifica dei protocolli informatici, condivisa dai partecipanti alle reti decentralizzate su cui si basano? Credete che il capitale finanziario, quello vero, non entrerà a spallate nei mercati delle valute virtuali, molto più di quanto non abbia fatto fino ad ora; non foss’altro che per evitare la tassazione automatica derivante dall’impiego di valute legali emesse con protocolli Blockchain Private, programmate per l’infinita emissione di fiatcoin statali che consentano il prelievo fiscale automatizzato?
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Dunque, sì, uscendo allo scoperto e dai troppi pleonasmi, oso rispondere e dirlo anche in tempi di Coronavirus:
Il mercato delle valute virtuali è economicamente sano e destinato a crescere enormemente, sia per scambi che per capitalizzazione, ancor di più di quanto non abbia fatto in questo passato decennio. Sì. Sta per arrivare un numero gigantesco di persone che chiederanno di acqustare, conservare e scambiare virtaul asset privati, emessi su Blockchain Pubbliche, aperte,decentrate e modificabili (o forcabili) con il consenso distribuito dei nodi delle reti di lavoro sottostanti e dove sono auto-prelevate mining- fee in proporzione alla potenza di calcolo ed al lavoro che i nodi stessi apportano per garantire la sicurezza e l’efficenza della comune catena dei blocchi.
E’, dunque, irresponsabile, da parte delle istituzioni di regolamento italiane, non dare modo alle nostre aziende operanti nel settore di giocare la loro partita sul campo delle criptovalute, negando loro, col silenzio, il via libera all‘iscrizione nella mai nata sezione speciale dell’Elenco dei cambiavalute. Per agire sul mercato, finalmente in modo legittimo, come fornitori di servizi di valuta virtuale e cercare di fare profitti e generare ricchezza sul notro territorio afferrando almeno un angolo del mercato delle valute virtuali.
Irresponsabile sì, anche perché, come ricaduta di questo sostanziale silenzio-rifiuto, perdurante anche all’indomani dell’attuazione della V° Direttiva AML e della nuova riforma antiriciclaggio dell’ottobre del 2019, c’è l’aggraversi del regulatory dumping ormai in atto a causa della diversità dei sistemi nazionali che hanno già implementato un sistema di licenza (i.e. Germania, Repubblica Ceca, Estonia, Malta, Cipro, ecc.).
Pratica per nulla astratta questa, potendosi tradurre, come ho constatato proprio in questi giorni, in pretese di una banca tedesca, ahimè caso ha voluto, che — solo per lavorare a livello interbancario i depositi in valuta fiat — richiede all’intermediario finanziario di un operatore di pagamenti in crypto valuta non solo una licenza (che il nostro regolatore ancora non definisce, neppure in termini di registrazione), ma, addirittura, un passporto Bafin di tale licenza anche in assenza di servizi attivi verso il mercato o i consumatori tedeschi!
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E sia ben chiaro, a futura memoria, che tutto ciò non è solo un fatto di mancata difesa delle nostre aziende, costrette ad agire sul mercato senza il dovuto status giuridico, oppure a superare, con l’impiego di risorse extra, le barriere del regulatory dumping sventolanti su molti territori dei Paesi soci d’Europa, per aprire sedi lì e farsi rilasciare licenza dalle loro autorità.
Nè tale inerzia regolatoria italiana si limita a dare un pugno duro a player del calibro di Banca Sella con Hype, o di Poste Italiane con Conio che, nel pieno della bomba pandemia, sono riusciti —solo grazie alle atorizzazioni “tradizionali” di intermediari finanziari delle società controllanti — a lanciare per un milione di correntisti un nuovo servizio di wallet digitale e acquisto di cruptocurrencies, e che rischiano però, in questo stato di cose, di restare comunque isolati, senza un appropriato ecosistema intorno a supporto e crescita.
Infatti, questa imperdonabile prolungata inerzia, vale a stigamtizzare, ancora, la mancanza di visione e l’enorme ingenuità (o malafede) nel non voler utilizzare anche da parte italiana le armi del regulatory dumping che, invece, con un intelligente uso della normazione secondaria — previo studio comparatistico dei vari sistemi di licenza già sviluppati in molti Stati membri — potrebbe attirare in Italia l’operatività anche di aziende estere contribuendo a poplare adeguatamente l’ecosistema economico operante nel campo della Blockchain finanziaria.
Invece, disarmati, siamo costretti ad assistere ad uno sconfortante scaricabarile, preso atto del laconico comunicato di OAM del 13 febbraio scorso, che dopo averci fatto attendere tre anni inutilmente, spiega ora che non si può avere la sezione speciale dell’Elenco dei cambiavalute perchè manca il decreto ministeriale! Quello che il MEF tiene molto caro, chiuso in un cassetto di Via Settembre da febbraio del 2018 dopo una consultazione pubblica che non è valsa a dare il varo ufficiale al testo ministriale.
Un decreto che, peraltro, dovrebbe ormai essere molto più articolato della precedente bozza, e tirare la volata ad altri provvedimenti di secondo grado che servono, comunque, per dettagliare come si deve il perimetro delle competenze abbozzate dal nuovo art. 17 bis, commi 8 bis e ter, del D.lgs. 141/2010. Tenuto conto che, intanto, c’è stata la Nota Interpretativa della Raccomandazione 15 del GAFI/FATFche chiarisce abbondametemente come la supervisione dei Virtual Asset Service Provider (VASP) debba essere affidata non ad un Self-regulatory body, bensì ad un’autorità competente nella vigilanza antiriciclaggio secondo l’appoccio basato sul rischio, munita di appositi poteri sanzionatori, ispettivi e disciplinari.
La smettano, dunque, le nostre istituzioni di regolamento a fare il loro triste rimpallo interno, e dicano secondo quale modello deve essere organizzata la vigilanza dei VASP tra OAM, MEF, Guardia di Finanza, Banca d’Italia e UIF. Anche perché, intanto, gli obblighi antiriciclaggio sono già operativi e applicabili dal luglio del 2017 (ora ulteriormente arricchiti con l’ulteriore riforma a valle della V° Direttiva AML), e gli intermediari di valute virtuali sono già costretti a spendere denaro per osservarne la massiccia compliance.
La smettano e mettano a terra gli strumenti per consentire alle nostre aziende attive nel campo della Blockchain finanziaria di poter lavorare legittimamente.
Svegliatevi e battete un colpo, grazie.
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Articolo di Giulia Aranguena, inserito nella sua pubblicazione in Medium, Fintech4italy.