Con il fenomeno del Banking on Crypto, la linea di evoluzione sembrerebbe tracciata: si arriverà presto o tardi ad un trattamento contabile e patrimoniale delle stablecoin uniforme, che consenta alle banche di possederle, gestirle per conto dei clienti e/o emetterne di proprie. E dovrà avviarsi la vigilanza prudenziale, in un modo o nell’altro. Da questo non si sfugge.
Ci sono ancora molte incertezze. Soprattutto, siamo ancora in attesa degli esiti del processo consultivo di BCBS (Basel Committee on Banking Supervision — Comitato di Basilea) sulla proposta “Designing a prudential treatment for crypto-assets” che riguarda anche le criptovalute più volatili prive delle caratteristiche tipiche delle stablecoin, comunque agganciate ad un sottostante e convertibili a richiesta.
Ma molte cose sono cambiate dalla conclusione di tale importante consultazione. Numerosi fatti nuovi sono intervenuti in quest’ultimo anno e mezzo. Ed è chiaro che debba aprirsi sempre di più la strada verso una saggia e lungimirante applicazione del principio “stessa attività, stesso rischio, stessa regolamentazione”; tale da avere un trattamento (almeno) delle stablecoin che le includa tra gli elementi di patrimonializzazione delle banche attraverso una coerente standardizzazione via Pillar 2 o 3 dell’impianto degli Accordi di Basilea.
Solo così non verrà soffocata l’importante innovazione tecnologica finanziaria che recano le stablecoin: aprendo alle banche nuove possibilità di patrimonializzazione e nuove opportunità di business e sganciando tale tipo di asset virtuale dall’area buia del non regolamentato, viste tra l’altro le indubbie corrispondenze con le prossime CBDC, o Central Bank Digital Currency.
Ormai, negli USA, l’OCC — Office of the Comptroller of Currency operante in seno al tesoro federale, con le sue Interpretive Letter #1170 di luglio del 2020, Interpretive Letter #1172, di ottobre 2020 e la Interpretive Letter #1174 di qualche settimana fa, ha spianato ogni difficoltà per le istituzioni creditizie americane. E queste, ora, hanno ampia facilitazione ad operare attivamente nel mercato dei cripto-asset, soprattutto delle stablecoin, finanche assumendo la gestione diretta di un nodo di validazione nel relativo network di lavoro sottostante alla blockchain utilizzata per l’emissione e il trasferimento.
In Europa anche ci si sta muovendo più o meno nella stessa direzione, ancorchè con la tipica esacerbante lentezza. Infatti, sulla base della proposta MICAR — dal 2024 e nei termini in cui verrà definitivamente licenziato quel regolamento dopo i feedback dell’11.1.2021 — , si intravede piuttosto chiaramente la possibilità per le banche e gli istituti di moneta elettronica di emettere loro stablecoin private, soprattutto nella forma dei c.d. emoney token.
E ugualmente nel Regno Unito; dove si considerano già le stablecoin quali regulated token appartenenti alla tipologia della moneta elettronica e dove si sta andando più velocemente verso il banking delle crittovalute, visto il documento di consultazione pubblica (scadenza al 21 marzo prossimo) recante una proposta regolamentare volta a ricondurre tutti i crypto-asset nel perimetro della normativa finanziaria.
In tale contesto e con l’imminente avvento del Digital Euro – la crittovaluta legale emessa dalla Banca Centrale Europea, nel cui sistema è previsto un ruolo attivo delle banche per la distribuzione -, è difficile evitare ancora di risolvere il problema del trattamento di bilancio del possesso bancario dei crypto-asset.
D’altronde, se i numeri e gli scenari sono quelli degli analisti (i.e. rapporto della Boston Consulting di novembre del 2020 “How banks can succeed with cryptocurrencies”), è impensabile bloccare ancora il coinvolgimento diretto delle banche nel business dei crypto-asset impedendo loro di impiegarli direttamente per i pagamenti, per i sistemi di regolamento e liquidazione, per la raccolta e investimento, per i prestiti e i crediti anche in valuta fiat garantiti da cryptocurrencies, per i servizi di deposito e custodia, ecc..
Sarebbe autolesionista non consentire alle banche — che hanno molto osservato e studiato nel corso di questi anni il comparto delle cryptocurrencies— di accendere i motori della coopetition con le aziende finanziarie blockchain, chiedendo loro di continuare a stare alla finestra.
Ecco perché, presto o tardi, il nodo dell’incertezza sul trattamento contabile e patrimoniale dei nuovi asset class fondati su blockchain, da parte delle banche, dovrà sciogliersi. Preferibilmente, con una green light che consenta alle banche di misurarsi direttamente, di allacciare alleanze, joint venture o partnership con le startup blockchain e con le altre aziende native, di apportare la loro esperienza e solidità patrimoniale al settore.
Non andare verso un apliamento della tipica attività di banking dei crypto-asset anche da parte degli attori diretti, bloccandone ancora l’inserimento nell’equity bancario sarebbe troppo rischioso; più rischioso che farlo se ci pensa bene.
La posta in gioco è enorme. Siamo ad un bivio vero e proprio. La possibilità di far rifiorire l’industria bancaria e dare un booster serio all’innovazione tecnologica finanziaria portata dalle aziende blockchain, oppure il collasso del sistema bancario e finanziario tradizionale.
Ad alcuni è chiaro che la patrimonializzazione delle stablecoin nel Cet-1 (commmon equity tier 1) nei bilanci delle banche sia una situazione win-win per tutti. Ed è chiaro, soprattutto alle stesse banche, che il tempo per loro sta per scadere.
Il valore del Bitcoin e delle altre maggiori cryptocurrencies è schizzato, così come la capitalizzazione dei loro mercati. Gli sfidanti dell’industria blockchain attivi nel campo della finanza, e le stesse Big-Tech, hanno fatto passi enormi in questi ultimi dieci anni e si stanno ora muovendo sempre più rapidamente (i.e. quotazione di Coinbase o emissione di Lybra, ora Demien, da parte di Facebook, ecc.). E, come ha avvertito il vice-governatore della Banca d’Inghilterra, Sir Jon Cunliffe in un importantissimo discorso il 28 febbraio 2020, le nuove offerte si servizi e forme di utilizzo di crypto-asset potrebbero prelevare così tanto capitale dai conti correnti in valuta fiat che le banche potrebbero avere serie difficoltà a prestare.
Il rischio della stabilità del sistema fino ad ora gestito grazie ad una adozione marginale dei crypto-asset potrebbe concretizzarsi. Le cryptocurrencies “potrebbero diventare mainstream”, e sarà sempre più semplice e sicuro per le persone, come affermato da Sir Cunliffe, “passare dal detenere tutto o gran parte del denaro, ora depositato in ‘conti correnti’ presso le banche a tenerlo in ‘stablecoin’ in ‘portafogli’ virtuali”, forniti da entità non bancarie.
Non è dunque saggio arrivare ad una situazione che priva le banche dei depositi e dei soldi (e degli altri requisiti patrimoniali) necessari per rifinanziarsi nei mercati dei capitali. E non sarebbe auspicabile neppure arrivarci in caso di mass-adoption dell’Euro Digitale a discapito dell’Euro ordinario. Ecco perché sciogliere i nodi di Basilea per la stablecoin legale della BCE e tralasciare le stablecoin private, soprattutto quelle bancarie, sarebbe ben più che una incoerenza.
Domande frequenti sul Banking on Crypto
Cosa sono i crypto-asset?
I crypto-asset sono attività digitali basate su tecnologie a registro distribuito: comprendono criptovalute, token e stablecoin, con caratteristiche e rischi molto diversi tra loro.
Le banche possono operare nel settore dei crypto-asset?
Il tema è in evoluzione: a inizio 2021 cresce l’interesse delle banche verso i crypto-asset, ma l’operatività dipende dal quadro regolamentare e dai presìdi di rischio adottati.
Cosa significa “stessa attività, stesso rischio, stessa regola”?
È il criterio per cui attività con rischi equivalenti dovrebbero ricevere lo stesso trattamento regolamentare, a prescindere dalla tecnologia: un principio centrale nel dibattito sui crypto-asset.
Come sarà regolamentato il settore dei crypto-asset in Europa?
A inizio 2021 è in discussione la proposta di regolamento sui mercati di crypto-asset (MiCA), che punta a creare regole armonizzate per emittenti e prestatori di servizi.
Quali rischi devono presidiare le banche nei crypto-asset?
I principali profili riguardano la custodia e la sicurezza degli asset, la volatilità, gli obblighi antiriciclaggio e la corretta qualificazione contabile e prudenziale.
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Domande frequenti
Cosa sono i crypto-asset?
I crypto-asset sono rappresentazioni digitali di valore o di diritti basate sulla tecnologia a registro distribuito (DLT), trasferibili e conservabili elettronicamente: ne sono esempi le criptovalute e i token.
Le banche possono operare nel settore dei crypto-asset?
A livello internazionale diverse autorità stanno aprendo all’operatività delle banche nei crypto-asset, dalla custodia alla prestazione di servizi, purché nel rispetto dei presìdi prudenziali e antiriciclaggio.
Come saranno regolati i crypto-asset in Europa?
A inizio 2021 è in discussione la proposta di regolamento MiCA, che punta ad armonizzare la disciplina dei crypto-asset nell’UE: si veda la proposta MiCA.
Quali vantaggi offre l’ingresso delle banche nei crypto-asset?
L’ingresso di operatori vigilati può aumentare fiducia e sicurezza per gli utenti, favorendo l’istituzionalizzazione del mercato dei crypto-asset e una maggiore tutela degli investitori.
Quali rischi comporta l’operatività in crypto-asset per le banche?
I principali rischi riguardano la volatilità, la sicurezza delle chiavi crittografiche, la corretta qualificazione regolamentare e contabile degli asset e gli obblighi di prevenzione del riciclaggio.
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