Il valore dei Big Data in ambito finanziario è a dir poco enorme. O, meglio, è “too Big to ignore”, come è stato scritto tempo fa da Phil Simon.[1]

Da un recente studio di Capgemini si evince che più del 60% delle aziende finanziarie del Nord America sono convinte che le analisi dei Big Data offrano vantaggi competitivi “vitali” per il futuro delle banche; e più del 90% crede che l’utilizzo dei Big Data sia in grado di ri-determinare in pochissimo tempo i futuri leader dell’industria finanziaria.

Né si fatica a condividere tale visione, se si pensa che con i Big Data le banche “smart” potrebbero ricavare sia una visione a 360 gradi su ciascun cliente in base a come usa i suoi servizi di telefonia mobile o i servizi finanziari online sia informazioni sulle condizioni economiche e tassi praticati dai concorrenti, decisamente utili a confezionare offerte “tagliate su misura” per il mercato.

Tuttavia, mentre astrattamente quasi tutte le banche riconoscono globalmente il vantaggio competitivo dei Big Data, in concreto l’utilizzo tecnologico degli strumenti di analisi dei Big Data, come evidenziato da un’altra ricerca, ha ricevuto il più alto livello di insoddisfazione proprio da parte delle banche.[2]

Il che significa, praticamente, che la stragrande maggioranza delle imprese bancarie, nonostante siano più che consapevoli dell’importanza della posta in gioco, ha appena cominciato ad esplorare le potenzialità dei Big Data o non ha alcuna fretta di entrate in fase operativa in questo settore.

Invece, dall’altra parte della barricata, il panorama è completamente diverso e molto più assuefatto all’uso economico dei Big Data […].

[Continua a leggere su Key4Biz, l’intero articolo dell’Avv. Giulia Arangüena per la rubrica Fintech è reperibile a questo link]


[1] Ci si riferisce titolo del noto libro di Phil Simon: Too big to ignore. The Business Case for Big Data”.

[2] Si veda anche il primo Rapporto dell’Osservatorio Digifin 2015 dell’istituto di Competitività (ICOM), del 17.2.2015.