L’identità digitale ci aiuta o ci complica la vita? Questo era il tema della puntata di «Giù la maschera» andata in onda ieri, mercoledì 14 febbraio, alle 9.05 su Rai Radio 1. In studio c’erano Marcello Foa e Giorgio Gandola. Gli ospiti erano Federico Cavallo, responsabile delle relazioni esterne di Altroconsumo, Luca Montella, primo dirigente della Polizia di Stato (Divisione Polizia Amministrativa e Sociale, Questura di Roma), e l’Avv. Giulia Arangüena di ADLP Studio Legale, avvocato esperto di nuove tecnologie.

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«Giù la maschera» del 14 febbraio 2024
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Si è partiti dai disagi concreti, come passaporti e carte d’identità, per arrivare a una domanda più ampia: cosa cambia nel rapporto tra Stato e cittadino quando l’identità diventa digitale? Di seguito i temi della trasmissione.

Che cos’è l’identità digitale e perché ci riguarda tutti

L’identità digitale è l’insieme di credenziali e dati con cui ci facciamo riconoscere online da pubbliche amministrazioni, banche, operatori sanitari e servizi privati. In Italia i due strumenti principali sono lo SPID e la CIE, la carta d’identità elettronica. Da qui passano l’accesso ai servizi, la sicurezza dei dati personali e, alla fine, l’esercizio di diritti come ottenere un documento o spostarsi liberamente.

Per questo il tema non è solo tecnico. Chi gestisce l’identità, quali dati raccoglie, per quanto tempo li conserva e con chi li condivide sono questioni giuridiche e, in senso ampio, politiche.

Il paradosso dei disservizi della PA digitale

La puntata è partita da un dato di esperienza comune: in molti casi ottenere un documento online richiede più tempo che fare la fila allo sportello. Nel corso della trasmissione sono stati citati tempi di attesa per il passaporto che in alcune città arrivano a diversi mesi, e i messaggi degli ascoltatori raccontavano difficoltà con le prenotazioni, con il caricamento delle foto e con i pagamenti ancora legati al bollettino cartaceo.

Un altro punto è emerso più volte: chi non ha familiarità con gli strumenti digitali, come molte persone anziane, rischia di dipendere da un familiare per accedere a un servizio pubblico. Un’identità digitale che esclude una parte dei cittadini non raggiunge il suo scopo.

Il quadro normativo: CAD, SPID, CIE e GDPR

CAD e SPID/CIE. Il Codice dell’Amministrazione Digitale (D.Lgs. 82/2005) istituisce all’art. 64 il Sistema Pubblico di Identità Digitale (SPID) e prevede che l’accesso ai servizi in rete delle PA che richiedono un’identificazione informatica avvenga tramite SPID e carta d’identità elettronica. Con il D.L. 76/2020 (art. 24), dal 28 febbraio 2021 le amministrazioni non possono più rilasciare credenziali diverse da SPID, CIE o CNS per l’accesso dei cittadini ai propri servizi online.

Il livello europeo. L’identificazione elettronica e i servizi fiduciari sono disciplinati dal Regolamento (UE) 910/2014, il cosiddetto eIDAS, che consente il riconoscimento reciproco delle identità digitali notificate dagli Stati membri. La sua revisione, con l’introduzione di un portafoglio europeo di identità digitale, è in discussione tra le istituzioni dell’Unione.

Privacy. Su tutto si applica il GDPR (Reg. UE 2016/679): minimizzazione dei dati, limitazione delle finalità e sicurezza del trattamento valgono anche per l’identità digitale e per ogni strumento che la gestisce.

L’intervento dell’Avv. Arangüena

Marcello Foa ha chiesto all’Avv. Arangüena se fossero fondate le preoccupazioni di chi teme che una digitalizzazione spinta possa ledere la privacy e cambiare il rapporto tra Stato e cittadino. La risposta: sono preoccupazioni «molto fondate», e che non si tratta di uno scontro tra fazioni tutto italiano. Da anni si confrontano il cosiddetto soluzionismo tecnologico, cioè la convinzione che la tecnologia possa da sola risolvere ogni problema e costruire un mondo nuovo, e le posizioni critiche, come quella del sociologo Evgeny Morozov.

L’Avv. Arangüena ha aggiunto che non si deve avere «un approccio luddistico»: per discutere di questi temi bisogna entrare nel merito e conoscerli. Il dibattito pubblico invece è spesso superficiale e riduttivo, mentre sono in gioco non solo la privacy ma anche il rapporto tra Stato e cittadino e i diritti.

Sull’ipotesi di esternalizzare i nuovi servizi digitali, ha osservato che, viste le competenze limitate nel settore pubblico, una forma di outsourcing con il settore privato è inevitabile. Questi temi però non possono essere trattati solo dal punto di vista tecnico, assumendo per esempio data scientist: servono una visione politica e una solida cultura giuridica.

Infine, partendo dall’esempio della patente sul telefono, ha sottolineato che «rischiamo di creare uno scenario in cui, senza rendercene conto», si finisce per limitare le proprie libertà. Il rischio si può affrontare, ma in modo consapevole. Il nodo, in sintesi, è «la riduzione dello Stato a una piattaforma»: le logiche della web economy entrano nel rapporto pubblico, le posizioni giuridiche diventano account e «i cittadini vengono trasformati in utenti».

Domande frequenti

Che differenza c’è tra SPID e CIE?

Lo SPID è un’identità digitale rilasciata da gestori privati accreditati da AgID e si usa con nome utente, password e app. La CIE è la carta d’identità elettronica emessa dallo Stato: è un documento fisico con un chip e serve anche come credenziale online tramite l’app CieID. Entrambe danno accesso ai servizi online della pubblica amministrazione.

Le pubbliche amministrazioni possono usare credenziali proprie?

No, per i nuovi rilasci. Dal 28 febbraio 2021, per effetto del D.L. 76/2020, l’accesso dei cittadini ai servizi online delle PA avviene con SPID, CIE o CNS.

L’identità digitale mette a rischio la privacy?

Non necessariamente, ma il rischio va gestito. Il GDPR impone di trattare solo i dati necessari, per finalità determinate e con misure di sicurezza adeguate. Resta decisivo come vengono progettati e governati i sistemi pubblici e privati che gestiscono le identità.

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